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di Carlo Cerracchio Psicoterapeuta     

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La depressione ha come sintomi principali l'abbattimento dell'umore, la visione negativa e derealizzata del futuro, autodenigrazione, disturbi del sonno come insonnia o ipersonnia, alterazioni dell'appetito, ansia che delle volte nasconde i sintomi principali del tono dell'umore, e diverse manifestazioni psicosomatiche.

Clinicamente si distinguere la depressione reattiva, che è un naturale stadio melanconico causato da circostanze inerenti la vita dell'uomo come lutti, abbandoni affettivi, crisi evolutive, che comunque ha una durata limitata e serve alla riorganizzazione psicologica, dalla depressione vera e propria che apparentemente non ha alcun legame reale con le vicende della vita del depresso e per tale ragione viene chiamata anche endogena.

In realtà esiste sempre una causa che determina lo stato depressivo, spesso tale problema è semplicemente negato e si è trascinato per anni senza trovare un'adeguata risoluzione nell'economia psichica.

Esistono forme depressive che impediscono qualsiasi attività  causando stati di completo abbandono fisico ed intellettuale che spesso allarmano notevolmente chi vive accanto a chi ne è vittima.

In tali casi il ricorso a farmaci antidepressivi può risultare necessario ma purtroppo non sono rari gli interventi con elettroshock, una metodologia barbara che consiste nel mandare scariche elettriche attraverso il cervello causando crisi convulsive, che, come sostengono i fautori di tale metodo, dovrebbe, e non si sa come, riportare il paziente fuori dalla malattia.

Spesso succede che effettivamente si diviene ad una modifica positiva dello stato depressivo ma il rientro verso la realtà e sempre episodico e parziale e quello che è peggio è che il messaggio che ne riceve il paziente da tale intervento è carico di violenza, quella stessa violenza introiettata che è causa delle sue difficoltà psicologiche.

L'approccio organicista tende a cercare cause biologiche della depressione, e giunge anche ad importanti traguardi di ricerca scientifica che cercano di far luce sui meccanismi chimici del funzionamento cerebrale.

Purtroppo la conoscenza sul funzionamento del cervello e le sue implicazioni nella vita emotiva dell'uomo sono ancora ad uno stadio preliminare, e questo contrasta vivamente gli entusiasmi degli organicisti.

Ogni sensazione umana ha ovviamente un corrispettivo biologico e chimico, affermare che ad un'emozione corrisponde un dato processo biochimico del cervello non è negare la validità del modello psicologico, è solo la giusta contrapposizione teorica di punti d'osservazione differenti, che per il bene dello sviluppo del trattamento delle patologie psichiatriche dovrebbero essere in continua e rispettosa comunicazione.

Quello che è assolutamente inaccettabile è la proposta univoca che si tende a dare del trattamento dei disturbi mentali e della depressione solamente a livello psicofarmacologico.

Gli studi biologici sulla depressione hanno messo in luce meccanismi neurotrasmettitoriali che attivano o inibiscono manifestazioni depressive, la ricerca genetica ha cercato di individuare fattori determinanti l'ereditarietà di tale patologia, giungendo anche a risultati importanti.

Ma il punto è che sperando di avere sempre maggiori conoscenze sulle cause biologiche degli stati depressivi questo è solo un aspetto del problema. Il comportamento umano ha basi psicologiche che risiedono nella costruzione storica delle emozioni in quanto vissuto esistenziale dell'uomo, e più ovvie basi biologiche che ne rispecchiano la consequenzialità.

Negare l'importanza degli aspetti psicologici e dei trattamenti psicoterapici impedisce lo sviluppo della conoscenza di tali processi, nuocendo alla comprensione sempre maggiore del comportamento umano.

Occorre considerare che il sintomo in ogni manifestazione di sofferenza è uno strumento importante per dialogare con il proprio organismo ed imparare a riconoscerne le esigenze e gli squilibri avvenuti. Negarlo, come avviene ogni qualvolta lo si blocca con l'utilizzo di farmaci, può impedire la comprensione evolutiva di fasi critiche dell'esistenza.

Secondo la teoria psicodinamica la depressione deriva da un profondo senso di perdita dell'oggetto amato vissuto dal soggetto come introiezione dell'aggressività, ciò che causa un desiderio inconscio d'annientamento del proprio io vissuto come disprezzabile e incapace di essere al mondo.

La costruzione di un oggetto buono, cioè della rappresentazione dell'altro-da-se, avviene durante la fase depressiva descritta dalla Klein nella quale il bambino crea il suo genitore buono che gli consentirà una normale forza del proprio io.

Nella depressione il paziente non riesce a ricostruire la parte oggettuale sentita come distrutta e investe il proprio io con pulsioni autoaggressive che ne compromettono le funzionalità d'adattamento alla realtà.

Nel lutto, che possiamo definire come depressione "buona" o momentanea, la perdita dell'oggetto amato porta ad uno stato melanconico che viene superato quando l'oggetto si reintegra grazie alla presenza interna di genitori buoni, e l'investimento pulsionale può essere fatto di nuovo.

Nella depressione Freud indicava un'introiezione, cioè una presa dentro di se di un oggetto negativo verso il quale si provano sensazioni ambivalenti di amore-odio.

Nella depressione l'ambivalenza, cioè la condizione di fluttuazione tra amore e distruzione, è una delle caratteristiche della personalità melanconica, che si evidenzia chiaramente nella forma bipolare maniaco-depressiva, nella quale stati di abbattimento si alternano a fasi di esaltazione maniacale.

La depressione è forse il momento più vicino alla sofferenza, sofferenza intesa come dolore totale che avvolge l'essere completamente negando ogni spiraglio di luce.

La sofferenza è ciò che ogni essere vivente biologicamente cerca di evitare, è la sofferenza che spinge il comportamento in direzioni più utili e consone allo sviluppo della vita. La depressione è una scarica improvvisa e tumultuosa di sofferenza, angoscia, quasi come se tali emozioni fossero imprigionate ed impedite di effettuare il loro naturale mandato.

Compito di un'adeguata psicoterapia è quello di dare voce al dolore, attraverso un nuovo linguaggio che non nega la sofferenza ma le restituisce il valore di significante e ne riduce la forza distruttiva.

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